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CENTO MODELLI COME NUOVI

 

La preziosa collezione d’antiquariato meccanico dei fratelli Piacentini, terzisti storici del Cremasco

 

• di Ottavio Repetti

 

D’inverno, quando la campagna riposa, c’è il problema di come impiegare il tempo. Si fa la manutenzione macchine, e poi? Chi fa anche lavori industriali va tranquillo, perché ha da fare tutto l’anno, ma gli altri cercano qualcosa di alternativo. Così qualcuno si inventa una modifica agli attrezzi o mette a punto la macchina del Tractor Pulling, qualcun altro aggiusta la porta del capannone o spiana il cortile. Qualcuno, infine, gira tra ferrivecchi e aziende agricole alla ricerca di “catorci” arrugginiti che dopo qualche mese di lavoro torneranno come nuovi. La passione per i trattori d’epoca ha contagiato molti agricoltori e contoterzisti. C’è chi ha iniziato perché aveva in casa vecchi trattori ereditati dal padre o dal nonno, chi è partito dal niente, cominciando per pura passione a raccogliere macchine e attrezzi che vedeva abbandonati nelle aziende dei clienti. Con il tempo, l’hobby in qualche caso è diventato totale, altre volte è rimasto solo un modo per passare le giornate di pioggia. I fratelli Vasco e Adriano Piacentini, eredi di una storica famiglia di contoterzisti del Cremasco, appartengono alla prima categoria. Dal 1972 a oggi hanno accumulato 55 trattori più qualche decina di trebbie, motori carrellati e persino due locomobili a vapore, ovvero due motori a vapore su carrelli, classe 1903 e 1915.

 

Tradizione che continua

I Piacentini, dunque, appartengono a una famiglia che ha fatto la storia del contoterzismo in provincia di Cremona. Lo zio e il padre dei due fratelli, Battista e Alfredo (classe 1886 e 1889) furono tra i primi a portare nel Cremonese una trebbiatrice mossa, allora, da un motore a vapore. Alla morte di Alfredo, nel 1949, i fratelli Vasco e Adriano entrarono a pieno titolo nell’azienda. La prima mietitrebbia è del 1962, una Claas. Da allora l’evoluzione è continuata per altri trent’anni, poi l’azienda chiuse i battenti, dal momento che i figli di Adriano non seguirono le orme del padre. Da allora, però, i capannoni si sono svuotati di macchine con sollevatore, superiduttore e presa di forza elettroidraulica, ma si sono riempiti di Testacalda, sfogliatrici da mais e pressaforaggi da cortile. Tutto rigorosamente vecchio di almeno mezzo secolo. “Il primo trattore lo acquistammo nel 1972, da un rigattiere. Un Balilla della Motomeccanica da 10 cavalli, immatricolato nel 1930. Da allora non abbiamo più smesso di cercare, soprattutto dopo essere andati in pensione” ci spiega Adriano, aprendoci i capannoni dove troviamo, ben allineata e oliata, la più grossa rappresentativa di pezzi d’antiquariato meccanico che ci sia capitato di vedere. “C’è una divergenza di opinioni tra il sottoscritto, che vorrebbe lasciare le macchine nello stato in cui le trova - beninteso dopo averle ripulite e fatte funzionare - e mio fratello e mio figlio, che invece le vogliono rimettere a nuovo, dipingendole come se fossero appena uscite dalla catena di montaggio”.

 

Pezzi unici

Come abbiamo detto, a casa dei Piacentini, a Sergnano (Cr) si trovano cose che si possono vedere in pochissimi posti. Il pezzo forse più raro è un Littoria della milanese Deganello, anno 1935. “A quanto ne sappiamo, in Italia c’è soltanto questo. È rimasto per anni in un giardino nel Milanese, dopo essere andato a riposo. Poi lo prese un appassionato, ma non riusciva a farlo partire. A noi è arrivato con un baratto: siccome a questo collezionista mancava una locomobile e noi ne avevamo tre... Per farlo funzionare abbiamo dovuto smontarlo tutto, pistone compreso, e pulirlo. Ora va perfettamente”. Il motore è un monocilindrico da 6.908 cc, ad alimentazione mista: olio pesante o gasolio, indifferentemente. Ovviamente l’avviamento è del tipo Testacalda. La potenza è elevata per una macchina di quell’epoca: 30 cavalli, a 550 giri al minuto. La trasmissione, come su molti altri modelli degli anni Trenta, era basata su un cambio a tre marce. Una macchina quasi di lusso, insomma, come testimonia il frontale in ottone, ripulito e riportato all’antico splendore dai fratelli Piacentini. Altro pezzo unico, sebbene la versione di partenza non sia particolarmente rara, è un Landini Velite, che però è stato riadattato da un artigiano per essere usato come trattrice dei barconi di ghiaia lungo i Navigli. “È un trattore speciale, adattato dall’industriosità dell’epoca a un impiego ben diverso da quello per il quale era stato costruito”, ci spiega Adriano Piacentini. Poi, come abbiamo anticipato, ci sono le locomobili, motori a vapore su carrelli che azionavano le prime trebbie da cortile. Arrivavano trainati dai buoi, avevano una trentina di cavalli vapore ed erano accompagnati dalla trebbiatrice e dalla pressa. In tutto un cantiere che impegnava almeno una decina di persone, tra controllo della trebbia, caricamento dei covoni e trasporto di sacchi di grano e balle di paglia. Ma nelle cascine, a quei tempi, la manodopera non mancava di certo e poi ci si dava una mano tra famiglie, ovviamente. Al momento i Piacentini hanno in casa due locomobili: una Marshall Sons &C da 12 HP, del 1903, e una Ruston Proctor &C da 30 HP, anch’essa monocilindrica, del 1915. Appena più giovane - 1919 - è il motore carrellato Landini tipo R da 20 HP, uno dei primi endotermici destinati a scalzare le caldaie a vapore dal trono dei generatori di potenza. Insomma, c’è un po’ di tutto. Tutto perfettamente funzionante e con tanto di cartellino che ne riassume le caratteristiche. “Perché gli anni passano e ricordarmi tutto di tutte le macchine è difficile”, ci spiega l’ex terzista. Un vero museo della meccanizzazione agricola. E non a caso le visite dei giornalisti sono quasi all’ordine del giorno. Come pure quelle degli appassionati. Dalla primavera all’autunno, le macchine escono dai capannoni e si mettono in mostra sulle piazze d’Italia. “Facciamo tante manifestazioni. Non so per quanto tempo ancora, perché a 75 anni fare di queste cose è difficile. Però ci divertiamo. Come anche a rimettere in sesto i trattori che troviamo in giro. Qualcuno ha bisogno soltanto di una sistemata, altri vanno smontati bullone dopo bullone. Abbiamo una piccola officina - noi la chiamiamo l’infermeria - dove passiamo le nostre giornate, ricordando gli anni in cui queste macchine si usavano tutti i giorni”.

 

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