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UNA PASSIONE NATA SUL LAVORO

 

Mario Righini fa da sempre il demolitore. E proprio la sua professione lo ha portato a recuperare auto, moto e macchine agricole antiche

 

• di Francesco Bartolozzi

 

Diciamolo subito. Quando si parla di Mario Righini, lo si associa ai collezionisti di auto e moto d’epoca più famosi d’Europa. È questa, infatti, la sua specializzazione, che lo ha portato a recuperare oltre 300 macchine e moto d’epoca. Ma quello che conta per noi è che negli anni ha collezionato anche macchine agricole, in particolare trattori e qualche esemplare delle famose carioche, che suo padre costruì durante la seconda guerra mondiale. La storia di Righini parte proprio da suo padre, Giovanni, che fondò una ditta di demolizioni nel 1939 ad Anzola Emilia, in provincia di Bologna, sulla Via Emilia. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 la ditta bolognese collaborò con lo Stato per la fornitura di materie prime ricavate dalla demolizione degli automezzi considerati da rottamare. In altre parole, per legge serviva soprattutto ferro e metallo per le armi, ma anche camioncini per il trasporto merci e mezzi agricoli per la lavorazione della terra. Allora, infatti, non c’erano soldi per comprare i trattori. «Purtroppo, il patrimonio automobilistico italiano anteguerra ha subìto forti penalizzazioni – spiega Righini – e proprio da qui è nata in me questa passione, perché vedendo demolire tutti questi automezzi requisiti dallo Stato, mi sono ripromesso che avrei conservato il più possibile auto e moto d’epoca, che rappresentano la storia dei motori nel nostro Paese. In particolare, mi sono concentrato sulle marche automobilistiche scomparse, che in Italia erano tante, così come quelle di trattori, perché l’Italia è sempre stata forte nel settore dell’artigianato».

 

Un alfista nato

Finita la guerra, Mario sostituì il padre alla guida dell'azienda, continuando l'opera di demolizione delle autovetture e di recupero dei pezzi usati da destinare al mercato dei ricambi. Ovviamente il recupero di queste rarità lo ha condotto non solo tramite la sua attività di sfascia carrozze, ma anche comperando e scambiando i vari pezzi. Ad esempio una Fiat Ardita è stata recuperata addirittura in Africa. Anche se qui parliamo di macchine agricole, è doveroso segnalare alcune delle “perle” che Righini conserva per lo più nel castello di Panzano, sempre vicino alla Via Emilia, ma nel comune di Castelfranco Emilia verso Modena. Le sue macchine preferite sono l'Alfa Romeo 2300 8c appartenuta al mitico Tazio Nuvolari con cui vinse nel 1933 la Targa Florio e il gran premio di Monza, l'Alfa Romeo 6c del 1930 e il modello 815 del 1947, la prima macchina costruita dal commendatore Enzo Ferrari (sotto il nome di Auto Avio Costruzioni). Da questa citazione si intuisce che Righini è un “alfista”, perché le sue macchine del cuore sono proprio le Alfa Romeo. «Per andare forte e sicuro vai in Alfa – sentenzia Righini - se vuoi andare comodo vai in Lancia e se vuoi andare sempre vai in Fiat». Righini comunque apprezza anche altri “capolavori” dell’industria automobilistica italiana, tanto che in collezione si ritrovano, solo per citarne alcune, un’Isotta Fraschini 8A del 1926, una Fiat Chiribiri del 1912, una Bugatti del 1930 e una OM Superba del 1940. Senza dimenticare i primi esemplari di automobili e motociclette, tanto che «l’anno scorso è venuto a trovarmi Edsel Ford II (membro del consiglio direttivo della Ford, nonché pronipote del fondatore Henry Ford, ndr)» – dice con orgoglio.

 

Non solo trattori

La lista delle meraviglie automobilistiche che Righini conserva nel suo castello sarebbe davvero lunga, ma qui vogliamo evidenziare in particolare l’altrettanto preziosa collezione di macchine agricole. In realtà, ne abbiamo vista solo una parte (altre macchine sono infatti conservate ad Anzola Emilia, presso la ditta di demolizione), che comunque si segnala, oltre che per lo stato di manutenzione perfetto, per alcune particolarità. Tanto per rimanere in tema di Alfa Romeo si trova un trattore a catena costruito da Nicola Romeo nel periodo 1914- 1920, in pratica subito dopo aver fondato l’Alfa Romeo e prima di dedicarsi alle autovetture. Sempre come marchi italiani non mancano ovviamente i Landini («In Emilia erano dappertutto» conferma Righini), per cui abbiamo “scovato” un SuperLandini, un Velite e un L35. Oltre a un Sametto 120 da 22 cavalli, poi, Righini possiede uno dei primi modelli Fiat 702 (serie che ha preceduto la 700), risalente al 1918, con ruote in carpenteria, a petrolio, 4 cilindri e 30 CV di potenza per 28,5 q di peso. Sicuramente da segnalare il modello della MotoMeccanica RP3 del 1951 (dopo i famosi Balilla, per intenderci), motore diesel Perkins da 24 CV, molto avanzato tecnologicamente, con bloccaggio differenziale, 6 marce avanti e 2 indietro. Passando ai marchi stranieri, si riconoscono un Fordson (di quelli assemblati in Italia, a Bologna o Trieste, diverso quindi da quelli che venivano dall’estero, perché provvisto di parafanghi e fanali), un Fendt Dieselross degli anni ’50-‘60, un International Deering 10/20 (a petrolio, 4 cilindri, 20 CV di potenza e 19 q di peso) e un Case 15/27 con motore trasversale del 1925 (a petrolio, 4 cilindri, 2 marce avanti e 1 indietro). Ma forse il più “raro” è un Allis Chalmers costruito tra il 1921 e il 1927, a petrolio, 4 cilindri, 28 CV e 20 q di peso.
La collezione di Righini non si limita ai trattori. Negli ex-fienili e nei capannoni del suo castello sono conservati anche una mietitrebbia Bubba, dalle dimensioni contenute perché costruita per lavorare in montagna, diverse seminatrici (tra cui spicca una Melò da 1,25 metri di larghezza di lavoro, prodotta dalla Melò di San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna) e aratri, nonché carri agricoli tipici del Bolognese e della Romagna, tutti lavorati a mano e risalenti al periodo 1870-1900. Come macchine particolari Righini conserva inoltre una Ferriani per la prima lavorazione della canapa e una macchina a vapore che azionava una cinghia per il funzionamento della trebbiatrice.

 

Le carioche

Chiudiamo con una tipologia di macchina che sta particolarmente a cuore a Righini, in quanto suo padre ne costruì qualcuna. Parliamo della carioca, una sorta di surrogato del trattore, perché quando l’Italia era in guerra, mancava la materia prima per costruire trattori veri e propri. In pratica, erano veicoli che non potevano essere classificati come trattrici, ma nella realtà erano in grado di arare, muovere trebbie e trainare rimorchi. Il mezzo di partenza (vecchie automobili, camioncini, autocarri) veniva praticamente sezionato e riassemblato nelle forme più strane e fantasiose. Dati statistici dell’Uma riferiscono di circa 7mila carioche a fine 1947. «Più o meno – ricorda Righini – mio padre dovrebbe averne costruite un centinaio, ma è difficile ricordare con esattezza, perché allora non venivano immatricolate. Il loro assemblaggio, comunque, non era particolarmente difficile: si trattava infatti di macchine accorciate, con un cambio in più, una prima davanti e una dietro, e il gioco era fatto. La maggior parte nasceva da autovetture Fiat, perché andavano a petrolio e funzionavano meglio. Quella che ho qui a Panzano deriva da una Fiat 503». L’amore per l’antico è dunque un qualcosa di insito nel Dna di Righini. Lo dimostra anche il fatto di aver acquistato nel lontano 1972 il castello medievale di Panzano (appartenente in origine alla famiglia nobile dei Malvasia) per avere uno spazio sufficiente per i suoi “gioielli”. «Volevo un contesto diverso da quello che può offrire una villa nuova – conclude Righini – del resto le mie origini sono di Argenta, nelle valli ferraresi di Comacchio, che non hanno niente a che vedere con le ville faraoniche di adesso».

 

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