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IN ONORE DELLE NOSTRE RADICI

 

La collezione Piccioni a Spoleto (Pg) rievoca i tentativi dimeccanizzare l’Italia da inizio ‘900

 

• di Francesco Bartolozzi

 

Prima di arrivare a collezionare trattori è passato attraverso gli orologi da taschino e le moto. Ma ci tiene a far sapere che la sua estrazione è assolutamente contadina. «Nel lontano 1956 – spiega Aleandro Piccioni, collezionista di S. Nicolò di Spoleto (Pg) e socio Gamae da circa 15 anni – il nonno fu premiato dall’allora ministro dell’Agricoltura Emilio Colombo come migliore azienda tra quelle piccole nelle zone di pianura. Avevamo mucche da latte, poi i tempi sono cambiati e circa 35 anni fa ho abbandonato l’attività agricola per un altro lavoro.Maho fatto il coltivatore diretto fino al 1977». Galeotto fu l’amico, quindi, per Piccioni. O meglio, galeotti. Perché la “mania” del collezionismo gliel’hanno attaccata tre amici diversi. Prima per gli orologi da taschino, poi per le moto e infine per le macchine agricole. Quest’ultima è iniziata una quindicina di anni fa e adesso annovera tra le sue fila circa 130 trattori di varie tipologie, dai testa calda fino ai classici Fiat e Same di 60 anni fa. «Un mio amico – conferma appunto Piccioni – un giorno mi portò in un capannone dove c’era un Landini 25/30 testa calda, e quando il proprietario riuscì a metterlo in moto, sia io che mio figlio rimanemmo affascinati dal rombo. Era tanto tempo, infatti, che non sentivo quel rumore ed era come se mi avessero riportato indietro di 30 anni quando lavoravo nelle aie». Per Piccioni mettere in moto questo trattore è stato come mettere in moto una Guzzi: è scattato automaticamente l’entusiasmo. Così finì per comperare quel Landini e lo restaurò. E, come spesso succede, da cosa nasce cosa e i trattori hanno cominciato ad aumentare di numero. «Inizialmente mi orientavo sui Landini e più ne trovavo, più ne portavo a casa. Poi cominciai a spostarmi su qualche Orsi e sui Lanz. L’Umbria, infatti, era una zona caratterizzata dai trattori Lanz (mentre non c’erano i Landini), ma di modelli originali ne sono rimasti pochi, perché sono stati demoliti e spediti alle acciaierie di Terni. Ormai di Lanz della nostra zona sono rimasti 3 esemplari degli anni ‘20 e mai usciti dai poderi dei proprietari: io in totale ne possiedo sei, perché alcuni provengono da altre regioni». Come già abbiamo avuto modo di scrivere più volte, a un certo punto ilmercato di queste macchine da collezione è calato, vuoi perché i collezionisti avevano trovato quello che cercavano vuoi perché chi ne era in possesso ha aumentato i prezzi. «Perciò – spiegaPiccioni – ho cercato di orientarmi su altremacchine che non erano testa calda, ma che comunque hanno partecipato alla storia della meccanizzazione agricola italiana. Mi riferisco ai vari Fiat e Same che non avevano un costo esorbitante, ma non ho disdegnato nemmeno imodelli stranieri che sono stati importati in numero limitato. Allo stesso tempo ho cercato sul mercato macchine che sono comparse e poi scomparse nel giro di poco tempo, perché nel periodo della meccanizzazione in tanti hanno cercato di costruire ad esempio una moto per potersi spostare o un trattore per dissodare il terreno e sostituire la trazione animale. Questa è stata la linea che ho seguito nel creare la mia collezione, con lo scopo dimostrare ai posteri com’era a quel tempo lameccanizzazione agricola. Alcune delle macchine che ho scelto possono sembrare “inutili”, ma io vogliomettereinevidenzache in quei tempi davvero tanti hanno provato ameccanizzare l’Italia». Dopo aver girato tutta Italia (in particolare Toscana, Veneto, EmiliaRomagna e Piemonte), Piccioni ha decisamente rallentato l’acquisto di certi cimeli, che oramai sono inavvicinabili come prezzo, ma se trova una “macchinina”, come la chiama lui, abbandonata sotto un capannone, anche se non di grosso pregio, la compra, perché è sempre storia.

 

Un museo in arrivo

Non c’è da sorprendersi se chi colleziona questo tipo di pezzi, si dà da fare per allestire un museo. «La struttura, su due piani, di per sé è finita – conferma Piccioni –. A piano terra ci sono tutti i trattori, più accessori e minuterie che si adoperavano a quei tempi in agricoltura e nella casa contadina. Sto ultimando il tutto per dargli un senso e far vedere come allora le cose si usuravano e venivano riparate, perché mancavano le disponibilità finanziarie. Nel piano superiore, invece, ci andranno tutte lemoto(circa 130140) e qualche auto. Devo solo terminare l’ultima rampa, ma nel giro di qualche mese verrà finito». Premesso che Piccioni è affezionato a tutti i modelli che ha in collezione, cerchiamo di identificarne i più particolari (tutti certificati Asi), partendo dai LanzBulldog. Dei sei modelli spiccano il 15/30 PS del 1930, con le ruote in fusione ovviamente, testa calda da 15 cavalli di potenza nominale, unico esemplare di quella tipologia rimasto in Italia, e il D2206 del 1954, semidiesel da 22 cavalli. Sempre di importazione Piccioni possiede un Massey Harris e un Massey Ferguson MF 35 B del 1966, non strano di per sé,ma destinato all’Africa e quindi abenzina (ingradodi andare ai 40 km/h su strada già a quell’epoca). Infine, da citare alcuni vecchi Fordson del 1928, che venivano costruiti a Bologna e funzionavano già a petrolio (mentre Landini, Lanz e Ornsi andavano avanti con il testa calda).

 

L’Italia dei motori

Passando all’Italia, oltre a SuperOrsi RV, Super Landini, Landini L55, Motomeccanica, Fiat, OM, più o meno noti a tutti, non tutti probabilmente conoscono un Ansaldo Fossati a cingoli con motore Alfa Romeo da 70 CV, che veniva usato dall’Anas come spazzaneve. Piccioni ci indica poi un Gualdi 30, simile al Landini L25 (Gualdi era un tecnico che aveva lavorato proprio in Landini, ndr), un Oto Melara C 40 del 1951 (Piccioni ricorda che gli Oto Melara con 4 ruote in gomma, non avendo la possibilità di sterzare se non premendo sul freno, erano riconoscibili per le ruote anteriori con il battistrada consumato). Quindi segnaliamo un Lesa Titano del 1952, un RuggeriniRD22 del 1969, un Lombardini TL 22 del 1952, un minitrattore della Cotiemme di Bologna (unico modello realizzato da quell’azienda), un 9 cavalli della Prandi e Scaravelli del 1953 e un Rossi R2 del 1957. Da citare infine un trattorino che un artigiano italiano riuscì a immatricolare, modello SL DVA 800 T del 1959, della torinese Obert Trebo, dotato di sospensioni particolari e progettato per l’utilizzo in particolare con una falciatrice. Ai trattori, come detto, Piccioni ha affiancato anche attrezzature particolari: come una vecchia pressa che si collocava dietro la macchina da trebbiare, una pressa a mano che si usava in montagna, vecchie trebbiette a mano, trebbie a fermo, una piccola mietitrebbia a sacco, una vecchia mietilega, e poi varie tipologie di aratri, assolcatori, erpici in legno, nonché carri (per trasporto dei sassi, della legna e addirittura un carro funebre). Piccioni ovviamente ci mette passione e fa lui il restauro per quello che riguarda il legno, cercando di recuperare il più possibile del legno di una volta, mentre per la parte meccanica lo aiuta suo figlio Marco. Nemmeno un serio incidente di percorso (mentre caricava dei trattori sopra un camion per un’esposizione di macchine d’epoca, un Landini 25 gli è caduto addosso e lo ha tenuto paralizzato per diversi mesi), ha sminuito la sua passione. Gli ha solo rafforzato l’dea della creazione del museo.

 

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